Hope

È cosa nota e universalmente ribadita (purtroppo) che i film con la parola “hope” nel titolo siano sempre tristissimi. Bene ha fatto Shalom Auslander, per chiarire la faccenda, a intitolare un suo romanzo “Hope: A Tragedy” (diventato per i lettori italiani dal cuore sensibile “Prove per un incendio”). Vale anche per la parola “vita”: in “Life Itself” – il film di Steve James tratto dalla serie tv “This is Us”, ogni scena una disgrazia – c’erano più funerali che matrimoni. “Hope” viene dalla Norvegia, dettaglio che un po’ raffredda la materia, grazie a una adattamento e a una direzione degli attori ammirevole. Anja è appena tornata da una tournée teatrale, fa la regista, va dal dottore per un mal di testa insistente e disturbi alla vista. TAC immediata, anche se manca pochissimo a Natale e si capisce che gli ospedali trattano soltanto i casi della massima urgenza. L’esito è pessimo, bisogna operare subito dopo le feste. Ma intanto bisogna passarle, le feste. Anja ha invitato suo padre nella stabile dove vive con Tomas, suo compagno da trent’anni: tre figli lui e tre figli lei, in età delicate. Decidono di non dire niente ai ragazzi, per non rovinare l’atmosfera natalizia (restano un po’ di conti da regolare tra di loro). Anja deve prendere medicine fortissime, e subito: la prima sotto l’occhio della farmacista (mezza velata, siamo nel grande nord) che gliele vende. “Non legga il foglietto illustrativo. Possono dare euforia o depressione”. La trama è già scritta.

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