Jean-Luc Godard, più un rito che un regista

Il primo film di Jean-Luc Godard fu un documentario su una diga svizzera, commissionato dalla ditta che l’aveva costruita. Titolo: “Operazione cemento”. Nel 1960, dopo qualche articolo testo per i Cahiers du cinéma, girò “Fino all’ultimo respiro”. Jean Paul Belmondo, Jean Seberg con i capelli tagliati a zero, macchina da presa a lato: era nata la Nouvelle Vague. Tra un litigio e l’altro con Francois Truffaut che all’epoca era altrettanto bravo senza proclami rivoluzionari. Ci furono altri film, mai così belli. Abbiamo tenuto a mente questi luminosi trascorsi, quando ai festival abbiamo visto i film recenti di Godard. Faticosi da vedere, insopportabili per l’aura che lo incoronava: “Ultimo dei Grandi Cineasti”. Tutte maiuscole. Immagini in libertà, ma anche in tre dimensioni, socialismo proclamato dalla Costa Concordia e i fan che si accalcavano alle conferenze stampa via Instagram. Un rito e una fede più che un regista. Anche se poi, alle proiezioni stampa, se uno si girava all’indietro vedeva tante testoline appisolate.

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