“La giustizia è un atto di guarigione”, ci dice il coordinatore Santiago Mitre in concorso a Venezia

Venezia. Realtà e finzione e una finzione che nasce e si basa proprio su quella realtà. Due giorni fa, un uomo è stato arrestato a Buenos Aires dopo aver puntato una pistola contro la vicepresidente Cristina Kirchner mentre scendeva dall’auto davanti alla sua casa, nel quartiere della Recoleta. La testimonianza è anche in un video, mandato in onda sulla principale tv argentina, in cui si vede la mano dell’aggressore che impugna la pistola e spara. “Kirchner è viva solo perché la pistola che aveva 5 proiettili in canna non ha sparato”, ha spiegato il presidente dell’Argentina, Alberto Fernandez, condannando l’atto come “l’evento più grave dal ritorno della democrazia nel paese”. A migliaia di chilometri di distanza, in un contesto completamente diverso come può essere la 79esima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia tutt’ora in corso, l’attentato diventa tema del giornata perché in questo momento è arrivato il regista Santiago Mitre con buona parte del cast del suo film – Argentina 1985, in concorso ufficiale – che ricostruisce gli eventi del processo alla congresso militare Argentina, primo e unico caso di processo da parte di un paese democratico contro un regime dittatoriale. “Quello accaduto a Kirchner – ci spiega – è un fatto terribile, non pensavamo minimamente che il nostro film potesse essere ancora di attualità. È stato un forte choc per tutti noi apprendere quello che è successo”. “L’Argentina è sotto choc e tutti noi lo siamo”, aggiunge. “Eravamo in aereo e l’abbiamo saputo quando siamo atterrati. Siamo a dir poco terrorizzati, credevamo che il processo del 1985 significasse chiudere con la violenza come possibilità politica. La violenza non può essere la soluzione per risolvere un conflitto politico. Pensavamo che da quello storico Nunca Mas non si tornasse più indietro”.

Per capire: il film da lui diretto, è ispirato alla storia dei procuratori Julio Strassera e Luis Moreno Ocampo che nel 1985 indagarono i responsabili della fase più sanguinosa della dittatura militare. “Nunca Mas/Mai più, sono le parole con cui finiva l’arringa del pubblico sacerdozio Strassera in quello storico primo processo di quell’anno a Jorge Rafael Videla e ai militari della spietato dittatura argentina. Nel film di Mitre – voluto da Amazon Studios come primo film ‘Original’ prodotto in Argentina – sono affidate a Ricardo Darin, l’attore che lo ha interpretato, in odor di Coppa Volpi.

In quell’anno indimenticabile per l’Argentina, i procuratori Julio Strassera e Luis Moreno Ocampo (Peter Lanzani), indagarono su quello che poi fu definito un genocidio. Il dibattimento durò quasi quattro mesi con 833 testimoni oculari e sopravvissuti della rete di centri di detenzione e tortura clandestini a ricordare la sorte degli oltre 30mila desaparecidos. Tra le testimonianze, ce n’è una usata poi anche nel film, tra le più atroci. Una donna sta per partorire, ma viene rinchiusa in un’auto e incappucciata. Il bimbo nasce sui sedili, ma i militari lo prendono e non permettono alla madre di vederlo, cosa che potrà fare solo dopo aver pulito, senza vestiti, il pavimento di un edificio.

“Rabbia e brividi”, commenta il regista che nel 2011 aveva osservato la democrazia, parlando della crisi del potere e l’abitudine a negoziare e ottenere consensi da parte dei politici nel suo film El Estudiante, senza dimenticare Il presidente, di qualche anno prima, in cui raccontava la storia del presidente argentino Hernán Blanco coinvolto in un caso di corruzione. “Ricordo ancora il giornata in cui Strassera formulò l’atto di accusa, il boato dell’aula del tribunale, l’emozione dei miei genitori, le strade finalmente in grado di festeggiare qualcosa che non fosse una partita di calcio, l’idea di giustizia come un atto di guarigione. Ne sono convinto oggi più che mai: la giustizia è un atto di guarigione”. “Il processo del 1985 – aggiunge – permise alla giustizia argentina di riconoscere e rivendicare un diritto a lungo negato e da parte mia, prima di iniziare a girare questo film, ho fatto molte ricerche che mi hanno fatto scoprire anche diversi aspetti sconosciuti della vicenda, come il retroterra dei procuratori, il giovane squadra senza esperienza, la regione ancora sotto la dittatura. Questa storia mi ha toccato profondamente, accendendo in me il desiderio di fare un film sulla giustizia e di approfondire le ricerche cinematografiche e politiche come non avevo mai fatto nei miei film precedenti”. Il film, accolto con ovazioni alla fine della proiezione riservata alla stampa, aveva ricevuto già gli elogi dal direttore

Il critico Alberto Barbera ha definito lo sceneggiatore e regista quarantaduenne tra i “più interessanti del momento nel suo paese”, “autore di un film che andava fatto e che nessuno aveva ancora osato fare”. Un film necessario che Mitre ha girato negli stessi luoghi in cui si svolsero le vicende e con cui – come ci dice prima di salutarci – cerca di aiutare, ancora una volta, la propria generazione e non solo, a “sembrare a credere”.

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