Il vaiolo delle scimmie è un rischio per tutti

Appena una settimana fa ho elencato alcune delle acquisizioni consolidate più importanti che riguardano il virus del vaiolo delle scimmie. Ho sottolineato come, nonostante l’attuale pandemia si sia originata nella comunità MSM in occasione di eventi ad alta promiscuità che hanno favorito il contatto fisico prolungato e ravvicinato fra i portatori e un ampio bacino di altri individui, non è da attendersi che il virus rimanga confinato nella comunità omosessuale.
È necessario oggi riportare un ulteriore elemento che rafforza questa conclusione, dimostrando come il focalizzarsi sul abito sessuale e sulla comunità omosessuale sarebbe un errore imperdonabile nell’impostare le misure di contenimento necessarie.

 

Come sappiamo, sia in Africa che al di fuori di quel austero è stato da tempo dimostrato, in occasione di passate epidemie, il fenomeno della zoonosi, il quale si manifesta nel nome stesso che è stato dato al virus: fitto, cioè, le persone si sono infettate a partire da animali, sia a causa della caccia che a causa della frequentazione di specie selvatiche vendute come animali da compagnia. Oggi il virus si trasmette in modo sostenuto fra gli esseri umani, ma comunque il salto di specie è stato ed è continuo e multiplo; questo è il motivo delle ripetute reintroduzioni che vi sono state nel tempo, nonostante lo spegnimento dei focolai e delle epidemie più grandi che in passato si è osservato.

 
Adesso, tuttavia, è stato documentato su Lancet un caso peggiore: il caso, cioè, di una zoonosi inversa, con manifestazione sintomatica, che ha coinvolto un animale domestico – un cane – nella città di Parigi. 

 

Innanzitutto i fatti: nella capitale parigina, ove i casi si contano a migliaia, una coppia omosessuale convivente, con rapporti sessuali non esclusivi, ha manifestato i sintomi della malattia, risultando positiva all’infezione. Poco dopo, anche il cane della stessa coppia, il quale dormiva nel letto dei propri padroni, ha manifestato le classiche piaghe osservate negli esseri umani dopo l’infezione. Sottoposto a test genetico, è risultato positivo al virus, e soprattutto è apparso chiaro che il virus che lo aveva colpito era al 100% identico al virus che aveva precedentemente contagiato uno dei due padroni.

 
Ciò indica la trasmissione per contatto dall’uomo al cane, cui segue una malattia sintomatica, con pustole nell’animale presumibilmente altrettanto infettive di quelle umane.

 
È ovviamente una cattiva notizia: la possibilità di costituzione di un ampio serbatoio nella più diffusa specie di compagnia è a questo punto reale, illustrando come il contenimento del virus non può assolutamente esercitarsi attraverso misure dedicate a speciali “categorie” di esseri umani.

 

Ripetendo quanto scrissi una settimana fa, vorrei rilevare che la propagazione mezzo contatto stretto è fortunatamente molto meno efficiente che non quella per via aerea, per cui siamo ancora bene in tempo ad adottare le misure necessarie: proprio per questo motivo, sarebbe una stupidaggine imperdonabile confezionare una comunicazione di prevenzione del rischio che non sia rivolta a tutti, e non alla comunità che in questo caso si trova all’origine dell’innesco pandemico.

 
Non si scherza con il vaiolo, nemmeno con quello delle scimmie, vista e considerata l’elevata letalità di alcuni ceppi (che fortunatamente non sono coinvolti nella presente esplosione): sgomberiamo il campo dal moralismo, e concentriamoci sobriamente nel fronteggiare un pericolo ancora limitato e perfettamente gestibile.

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