La scienza non sposta voti, la sua pagliacciata sì. Il caso Remuzzi e le derive elettorali

nello spazio di questa campagna elettorale, stiamo assistendo sia al reclutamento di medici e ricercatori nelle liste elettorali, sia all’utilizzo dell’appello alla scienza come milizia contro i propri avversari politici o per rafforzare la propria parte.

Degli scienziati che si candidano abbiamo già discusso; per quel che riguarda il secondo fenomeno, ovvero l’appello alla scienza, val la pena di ricordare l’ultimissimo esempio, in cui il prof. Giuseppe Remuzzi è dovuto intervenire per contrastare l’uso che si fa di una recente review scientifica, la quale si fonda anche su una ricerca a suo tempo prodotta dal Mario Negri. Vi è infatti un ampio fronte cospirazionista che vorrebbe “fucilare Speranza” e incolpa la comunità scientifica di aver negato cure utili ai pazienti COVID-19, attraverso l’imposizione di protocolli inappropriati; a questo fanno appello mestatori e politici, per portare acqua al proprio mulino elettorale, distorcendo sia la recente review che lo studio originale in sostegno dell’uso degli antinfiammatori. In tanti hanno smontato le balle di questo rinsaldato fronte di cialtroni, che ha inventato l’inesistente “negazione della cura” per accusare avversari prescelti e così rafforzarsi; particolarmente significative sono però le parole ultime del prof. Remuzzi su La Stampa,  perché egli è stato spesso e volentieri innalzato a idolo dai cialtroni che ne distorcono le parole a proprio uso e consumo.

“La cosa peggiore che può capitare ai dati della letteratura scientifica è di essere strumentalizzati nello spazio di una campagna elettorale….”; “Mettere sotto accusa il ministro Speranza è deplorevole….”; “In Italia l’atteggiamento del ministero e dell’AIFA è sempre stato ineccepibile”; e infine “… Il vaccino … è il più grande miracolo che la medicina moderna ha messo a disposizione della popolazione…”.

Questo è il tenore delle dichiarazioni di Remuzzi a La Stampa, e non credo a questo punto ci siano più dubbi sulla mascalzonaggine di chi distorce e accusa, in modo da creare un gruppo di santi denunciatori delle nefandezze altrui, gruppo sul cui consenso lucrare in vario modo in occasione delle prossime elezioni politiche.

Ora, non vi è nulla di nuovo nel cospirazionismo delirante di cui sono infestati i social, e nemmeno – purtroppo – nel loro utilizzo per stimolare i propri seguaci e per minacciare morte a terzi; come succede al volante, pare che una tastiera sia in grado di far perdere i freni inibitori ai soggetti psicologicamente più fragili, lasciando emergere l’odiatore seriale che si annida anche nel vicino di casa.

Quello che invece è davvero preoccupante è precisamente quanto denunciato da Remuzzi, ovvero la distorsione su ampia scala delle dichiarazioni di chi normalmente non vedrebbe le proprie parole riportate al di fuori delle riviste scientifiche o di qualche articolo divulgativo, al fine di guadagnare consenso elettorale fra i selvaggi della post-verità.

Scienziati candidati e uso strumentale delle dichiarazioni di chi è restato in laboratorio o in corsia: questa campagna elettorale sembra sempre più caratterizzata non dall’attenzione verso il metodo ed il dato scientifico, quanto dalla scoperta dell’utilizzo polemico e gladiatorio che si può fare gettando nell’arena argomenti distorti e personaggi ben caratterizzati.

 

Del resto, vi sono stati due anni di preparazione: il narcisismo di molti esponenti della comunità clinica, e di qualche raro ricercatore proveniente da altri settori, è stato immediatamente sfruttato in chiave televisiva, per allestire uno spettacolo di genere mai controllo prima su questa scala.

Questo spettacolo ha fatto audience, il che significa, naturalmente, che ha creato anche comunità di tifosi ben vaste, attorno a diversi personaggi; comunità che hanno cominciato a confrontarsi a suon di esegesi delle parole dei propri campioni, alimentando e preparando così la scena per nuovi spettacoli.

È qui che si è innestata ed è arrivata l’ultima campagna elettorale; e siccome la polarizzazione in tempo di elezioni paga, perché non sfruttare delle ben precise faglie createsi nella società, schierando di qua o di là la propria parte, ed arruolando questo o quel campione di laboratorio, o in mancanza brandendo come milizia i suoi lavori, facendo finta che significhino ciò che aggrada?

La scienza, il suo metodo e i suoi dati, naturalmente, non potrebbero essere più lontane da questo scadente show pre-elettorale.

Coloro che speravano nella lezione pandemica per rinsaldare l’attenzione della società verso la ricerca e il suo ruolo sono serviti: è in realtà la stanca e decadente faida sociale che ha inglobato questo o quell’argomento pseudoscientifico, ovvero ottenuto a partire dalla scienza, per svuotamento e sovvertimento della sostanza, ma mantenendone la forma esteriore.

Invece, di attenzione alla ricerca vera, di investimento nel futuro e di preparazione di quanto ci serve non v’è traccia, né nel dibattito né nei programmi, se non sotto forma di qualche stanca ripetizione di parole vuote. Perché ormai è chiaro: in Italia non la scienza, ma solo la sua parodia sposta voti.

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